Blog

Una pagina di diario – Il movimento tra pieno e vuoto

Non pensiate, vi prego, che non lavori per preparare prima gli incontri che propongo. 

Sto in ascolto nei giorni precedenti, leggo appunti, scrivo, mi centro, spesso mi innervosisco anche. Cammino a lungo, perché mi aiuta a fare spazio e rendere un po’ meno assillanti i pensieri. Faccio ginnastica, sempre per lo stesso motivo. Scelgo le musiche, le cambio, faccio la playlist, la sperimento. Creo o scelgo la griglia geometrica da utilizzare, trovo come attivarla in quel particolare contesto. Eccetera eccetera. In poche parole insomma faccio in modo di arrivare preparata tecnicamente, ma soprattutto avendo chiaro dentro cosa faccio e propongo. Quindi non è che non mi prepari prima per guidare dei lavori. Anzi. Poi c’è spazio, per l’amor del cielo, per improvvisare, adattare, cavalcare… ma il “sottile filo rosso” devo averlo ben saldo dentro. 

Eppure, ieri é andata diversamente. 

La premessa era doverosa, perché si possa capire cosa racconto di seguito. Il contesto: serata di meditazione con le geometrie. Incontro in presenza. Mi era chiaro da giorni che avremmo lavorato sulla frequenza del Pentagono/V chakra, in particolare sul movimento che bilancia vuoto e pieno. Come spesso accade, il lavoro da proporre prende forma fluidamente. Seguo il filo rosso e la sequenza della serata si srotola con qualche flash e un po’ di collegamenti. Mi sono chiari tutti i passi… ma solo fino ad un certo punto. Poi, buio. A metà strada, il filo lo perdo. Nessuna idea, nessuna intuizione. Potrei inventare qualcosa, ma sento chiaramente che sarebbe solo metterci una toppa per portare a casa la serata. Cammino, faccio stretching. Ascolto le musiche che potrei usare. Non ci penso, faccio altro. Nulla. 

Arrivo al pomeriggio del giorno dell’incontro che non so ancora come proseguire e concludere il lavoro. 

Allora cambio domanda. Non più “come proseguire”, bensì “perché non so come proseguire?” La risposta è immediata: quando sarai lì, farai anche tu il movimento che armonizza vuoto e pieno, che fa fluire insieme le energie complementari. Avrai un gran vuoto dentro (il non sapere come proseguire) e un gran pieno intorno (le persone che guidi e che aspettano di sapere come procedere nell’esercizio).

Fai il movimento della tua serata: ti mostrerà come procedere. 
Se non ti cava d’impiccio, smetti di insegnarlo che è meglio.

Non avevo idea se avrebbe funzionato, onestamente.

Non per il movimento in sé, quello è valido… ma per me. Qualsiasi movimento, incantesimo, simbolo o strumento, se non lo usiamo con centratura e pulizia, non funziona. È come sedersi in macchina e non avere idea di come si guida… non ti porta da nessuna parte. Con l’idea di non sapere come concludere quel che avrei iniziato, avrei avuto abbastanza presenza e pulizia per usare il “mio” movimento? Qualche dubbio. D’altra parte, mai avrei lasciato perdere. A costo di fare una figura meschina, avrei iniziato la serata e visto dove sarebbe andata a finire. Non tanto per orgoglio o fede o altro… ma per l’adrenalina. Ne più ne meno. Mi spaventava e al contempo mi dicevo “così ci si sente vivi!” E con l’ansia, c’era anche tanta felicità.

E siamo alla serata. 

Tutto si svolge senza intoppi attraverso i passaggi conosciuti. I partecipanti si scaldano, si emozionano, si muovono. Anch’io mi scaldo. Mi sento come il paracadutista che sull’aereo sale verso la quota del salto.  E poi arriviamo al momento in cui non so più come andare avanti. Eccolo qui: il pieno e il vuoto. Non ho molto tempo per riflettere, eppure nemmeno mi serve, è chiarissimo: loro ricettivi e io senza una scaletta con cui proseguire. Loro in attesa e io senza nulla di pronto. Eppure, non mi sono presentata sprovveduta. Ho portato con me i materiali di lavoro pertinenti alla serata e la musica giusta. Ho portato il ricordo delle esperienze vissute in cui ho imparato quel che sto facendo sperimentare. Ho portato un corpo stabile, nutrito, e una mente non sovraccarica dalla giornata. E ho portato il concetto chiaro di quel che vorrei far sperimentare. Ho tutto quel che serve. 

Allora dai, facciamo questo movimento di pieno e vuoto. 

Cammino tra i tappetini, ci sono densità diverse dell’aria che segnano una traiettoria nella stanza. Mi rilassa seguirla. Non sono agitata, anzi. Sono felice. Sono in ballo… balliamo! È un momento estremamente onesto. Me la gioco senza vantaggi o deficit. È un micro-cosmo questo momento, in cui conta chi sono e quel che c’è adesso. “Ora facciamo questo”. Lo dico come l’avessi sempre avuto chiaro. E mentre loro eseguono, dondolo ancora tra vuoto e pieno. “Poi facciamo questo”. E di nuovo tra vuoto e pieno. E via così. Diventa un flusso, un contorno a matita. Molto semplice e pulito. C’è un vuoto in cui parlare è un pieno in cui aspettare. Un vuoto in cui alzare o un pieno in cui abbassare la musica. Un pieno in cui colorare gli spazi vuoti sul foglio, un vuoto in cui ascoltare cosa dicono. Diventa una filatura. Un passo dopo l’altro, concludiamo il lavoro e la serata. Adrenalina? Si. Un modo autentico di muovere energie, equo. Aldilà dell’adrenalina, mi ha lasciato la sensazione di aver mostrato esattamente quello che c’era, a me e a chi partecipava con me. 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.