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Odil e tutti quelli che se ne sono andati

“Che rimane della morte allora, nello svolgersi glauco d’un filo che fa possibile il riconoscersi oltre l’incontro, d’un appartenersi al di là della scelta, d’un essere insieme quando insieme non s’è mai stati?”

Luoghi e persone decisivi per me, per il mio vivere d’ora, non li ho incontrati mai. Dei nonni da cui la mia genetica proviene non saprei dire il volto, il tocco delle mani, il profumo loro caratteristico d’umani; le case e i giardini che han visto nascere madre e padre che m’han voluta nulla restava già tempo prima di me; gli autori le cui parole bevo e m’aprono segreti sempre nuovi nel risonar dell’anima, han vissuto lontani di spazi e di tempi.

Ma più ancora, molti compagni di ricerca avverto affini e a me contemporanei, seppure mai ho potuto conoscerli. Al sentirne i nomi, nell’intravederne i volti, si muove in me un ricordo sodale d’appartenenza, gratitudine, reciprocità di storie e d’intenti.

Si spaesa la mente, eppure il sentimento è fermo, indubitabile: siamo connessi. Poco importa non ricordare viso, voce, carattere: il mistero della vita muove ben oltre l’intento e l’intendimento dell’individuo e di loro ha serbato una scia. Un profumo, un ricordo, un nastro blu d’incanto e presenza che travalica l’esperienza diretta e si trasforma da fatto in essenza, da avvenimento in emanazione.

È questo forse il divenire giusto e confortante del tempo terrestre: il riconoscersi oltre l’incontro, un appartenersi al di là della scelta, un essere insieme quando insieme non s’è mai stati.


Nell’illustrazione la carta della Tradizione “Odil e tutti quelli che se ne sono andati”

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