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Non tanto il fatto di cadere, quanto la SCELTA DI SALTARE

Ieri ho ripetuto questo gioco del “salto dell’elfo” quasi una decina di volte. È semplicissimo: si sale a circa 15 mt dal suolo e si salta nel vuoto; dopo qualche istante scatta il meccanismo di sicurezza e si scende al suolo lentamente.

Dopo qualche istante, qui sta il punto.

Al momento del salto la mente sa che non c’è pericolo, ma i sensi non sentono alcun sostegno, nessun freno alla caduta.
Sensorialmente, è proprio come SALTARE dal terzo piano.

Saltare, non cadere o volare o altro.
La magia è nel salto.

Mi dicevano: non è stato più forte il paracadute, l’aerogravity etc etc?!?
Si certo, l’impatto è maggiore e dura anche più a lungo, ma in questo salto ero sola. Nessuno mi spingeva, nessuno premeva un tasto per lanciarmi, nessuno saltava per me.
Il salto era mio.

Guardare nel vuoto
Non avvertire alcun appiglio
E saltare

Ad ogni giro era sempre la stessa indicazione: “Allenati ad avere paura e saltare lo stesso”. Senti che sapore ha, dove sono le risorse in te. Senti dove la mente smette di comandare e subentra ALTRO.

C’è un universo intero in questo “altro”, c’è una parte ignota di me. Non la comprenderò mai, ma esistono strade che non passano dal pensiero che vi conducono. E quanto sono potenti!

Quando sbircio nel vuoto non resta nulla delle certezze ragionate. C’è spazio solo per ESSERE lì e trovare dove sta (se c’è) la spinta per saltare. C’è un intero mondo dimenticato nella frazione di secondo in cui salto.

È un’abilità al pari di saper leggere, correre, fare yoga:

Guardare nel vuoto

Non avvertire alcun appiglio

E saltare

——

(Se vi viene voglia di provare, ero al Parco Avventura Monte Alben)

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